Psicoterapia psicodinamica e psicoanalitica

Centro di Psicologia e Psicoterapia Bardolino

Comprendere ciò che accade, ciò che si ripete e ciò che può cambiare.

Le persone arrivano in psicoterapia per ragioni molto diverse.

A volte sanno abbastanza bene che cosa le porta a chiedere un incontro. Qualcosa è diventato difficile da sostenere: una relazione, una separazione, una perdita, un cambiamento, una situazione professionale. Oppure è comparso un sintomo che prima non c’era o che, con il tempo, ha cominciato a occupare troppo spazio.

Per qualcuno può essere l’ansia, presente come una tensione quasi continua o improvvisamente intensa fino a diventare panico. Per un’altra persona può essere una tristezza che non passa, la perdita di interesse per ciò che prima dava piacere, una stanchezza difficile da spiegare. In altri momenti possono prevalere pensieri insistenti, paure, difficoltà nel sonno, nel rapporto con il cibo o con il proprio corpo, nella sessualità. E talvolta il disagio si esprime soprattutto nelle relazioni: gelosia, solitudine, conflitti ricorrenti, paura di essere lasciati, difficoltà a fidarsi o a lasciarsi conoscere davvero.

Sono possibilità diverse, non parti di uno stesso elenco. Ognuno arriva con la propria.

E non sempre c’è un sintomo preciso.

Si può avere una vita che, almeno dall’esterno, sembra funzionare abbastanza bene e avvertire comunque che qualcosa non torna. Si può essere competenti nel lavoro e sentirsi intimamente inadeguati; avere relazioni e sentirsi soli; desiderare molto una vicinanza e, quando finalmente diventa possibile, fare qualcosa per allontanarla.

A volte ci si accorge semplicemente che certe situazioni tendono a tornare.

Cambiano le persone, ma alcuni finali si assomigliano. Una critica apparentemente piccola riesce ancora a ferirci molto. Dire di no continua a essere difficile. Abbiamo bisogno di essere rassicurati più di quanto vorremmo oppure abbiamo imparato così bene a non dipendere da nessuno da non sapere più come chiedere aiuto quando ne avremmo bisogno.

Non sempre, inoltre, si cerca una psicoterapia perché si sta male.

Può esserci il desiderio di conoscere meglio se stessi, di capire perché alcune esperienze abbiano su di noi un particolare potere, di pensare con maggiore profondità al proprio modo di amare, lavorare, scegliere, entrare in relazione, vivere la dipendenza e l’autonomia, il successo, la perdita, l’intimità.

Spesso queste ragioni si incontrano.

Una difficoltà ci costringe a fermarci e, cercando di comprenderla, scopriamo che parla anche di qualcosa di più ampio della situazione che l’ha resa visibile.

È da lì che possiamo cominciare.

Nel nostro studio a Bardolino svolgiamo attività di consultazione clinica, sostegno psicologico, psicoterapia e valutazione psicodiagnostica. Quando la domanda riguarda prevalentemente il legame, svolgiamo anche consultazioni di coppia.

Il riferimento clinico dello studio

Antonio Nocera è il principale riferimento per l’attività clinica dello studio. È psicologo e psicoterapeuta a orientamento dinamico e psicoanalitico, regolarmente iscritto all’Albo.

Quando clinicamente opportuno, lo studio collabora con altri psicoterapeuti e psichiatri, con il consenso della persona, mantenendo chiari il professionista di riferimento, la responsabilità clinica del lavoro e le rispettive competenze.

Non tutte le persone che chiedono un incontro hanno bisogno di iniziare una psicoterapia.

Comprenderlo è già parte della consultazione.

Il primo incontro

Non è necessario arrivare al primo colloquio sapendo esattamente che cosa dire.

Non occorre conoscere già il nome di ciò che sta accadendo, avere una spiegazione convincente o riuscire a raccontare ordinatamente la propria storia.

Si può partire da quello che c’è.

Da un sintomo, da una relazione, da qualcosa accaduto recentemente, da una decisione che sembra impossibile prendere. Oppure da una sensazione molto meno definita: «Non so bene che cosa mi succeda, ma da qualche tempo non mi sento più come prima».

È sufficiente.

Cerchiamo innanzitutto di comprendere che cosa sta accadendo e come quella particolare persona lo sta vivendo.

Lo stesso evento, infatti, non significa la stessa cosa per tutti.

Una separazione può essere soprattutto il dolore per la perdita di qualcuno che amiamo. Per un’altra persona può mettere violentemente in discussione il proprio valore. Per un’altra ancora può risvegliare una paura di essere abbandonata che conosce da molto tempo.

Un problema sul lavoro può essere semplicemente un problema sul lavoro. Ma può anche diventare particolarmente doloroso quando il riconoscimento professionale sostiene una parte importante del sentimento che abbiamo di noi stessi.

La realtà presente non viene quindi trasformata automaticamente in qualcos’altro. Al contrario, viene presa sul serio.

Possiamo però domandarci perché proprio quella esperienza abbia assunto proprio quel significato per quella persona.

Uno o più colloqui iniziali servono a questo: cominciare a costruire una comprensione della situazione, delle difficoltà, delle risorse e del funzionamento complessivo della persona.

Può emergere l’indicazione per una psicoterapia, per un sostegno più circoscritto, per una valutazione psicodiagnostica o, quando è necessario, per un confronto con uno psichiatra, con il medico curante o con un altro professionista.

Può anche accadere che non sia indicato iniziare alcun trattamento.

Una buona consultazione, in fondo, dovrebbe permetterci di non conoscere la risposta prima di avere ascoltato sufficientemente la domanda.

Il sintomo e la persona

Quando un sintomo fa soffrire, il primo compito è prenderlo sul serio.

Un attacco di panico non diventa meno reale perché cerchiamo di comprenderne il significato. Una depressione non è semplicemente una metafora di qualcos’altro. L’insonnia, un pensiero ossessivo, una paura, una difficoltà alimentare o sessuale hanno una loro concretezza e possono richiedere anche valutazioni e interventi specifici.

Allo stesso tempo, un sintomo non racconta mai da solo tutta la persona che lo vive.

Due persone possono avere attacchi di panico e avere storie molto diverse.

Per una il panico può comparire soprattutto quando sente di perdere il controllo. Per un’altra quando una relazione importante diventa incerta. Per un’altra ancora in un periodo nel quale apparentemente continua a far fronte a tutto, mentre qualcosa dentro di sé sta diventando troppo difficile da sostenere.

Anche ciò che chiamiamo depressione può avere sfumature molto differenti.

A volte prevale il dolore. Altre volte il vuoto. Per qualcuno è una perdita di vitalità; per un altro un sentimento profondo di fallimento, un’autocritica incessante o l’impressione di aver perso il rapporto con ciò che desidera.

Conoscere il nome di un disturbo può quindi essere importante.

Ma conoscere la persona che ne soffre lo è altrettanto.

È una distinzione centrale nel nostro modo di lavorare: la diagnosi può descrivere qualcosa che una persona ha in comune con altre persone; la formulazione clinica cerca di comprendere che cosa quella sofferenza significhi proprio per lei.

Quando la difficoltà appartiene al modo di essere

A volte il problema non si presenta soprattutto sotto forma di un sintomo circoscritto.

La persona può avere piuttosto la sensazione che alcune difficoltà appartengano da sempre al proprio modo di essere, di vivere se stessa e di entrare in relazione con gli altri.

È in questo ambito che, in alcune situazioni, utilizziamo espressioni come funzionamento o disturbo di personalità.

Sono termini che possono impressionare e che nel linguaggio comune vengono spesso trasformati in etichette. Clinicamente hanno un significato più complesso e, per certi aspetti, più semplice.

La personalità è il modo relativamente stabile attraverso il quale ciascuno di noi organizza la propria esperienza: ciò che ci fa sentire sicuri, ciò da cui ci sentiamo minacciati, il modo in cui manteniamo il nostro senso di valore, viviamo gli affetti, costruiamo le relazioni e cerchiamo di proteggerci quando qualcosa diventa difficile.

Per alcune persone le relazioni possono essere vissute con un’intensità molto forte. Il timore di perdere qualcuno può diventare difficile da tollerare e l’altro può essere sentito, in momenti diversi, come indispensabile o profondamente deludente. Quando queste modalità sono pervasive e producono una sofferenza significativa possiamo incontrare ciò che viene definito un funzionamento borderline.

Per altre persone è particolarmente delicato il sentimento del proprio valore. Essere riconosciuti, stimati o considerati può assumere una grande importanza e una critica, un insuccesso o una delusione possono provocare una ferita molto profonda. Dietro una sicurezza anche notevole può esserci una parte di sé molto vulnerabile. In alcune configurazioni parliamo di funzionamento narcisistico.

Altre persone desiderano profondamente le relazioni ma temono altrettanto profondamente il giudizio, il rifiuto o l’umiliazione e finiscono così per evitare proprio ciò che desidererebbero. In altri casi la sicurezza viene cercata soprattutto attraverso ordine, precisione e controllo, con grande difficoltà nel tollerare l’imprevisto o l’imperfezione. Per altri ancora la separazione, il conflitto o la possibilità di perdere una relazione risultano particolarmente difficili da sostenere.

Possiamo parlare, a seconda delle situazioni, di configurazioni evitanti, ossessive, dipendenti o di altre modalità di personalità.

Ma le persone raramente entrano ordinatamente nelle categorie che abbiamo costruito per comprenderle.

E questo è bene ricordarlo.

Avere aspetti narcisistici non significa “essere un narcisista”. Avere caratteristiche borderline non significa coincidere con una diagnosi borderline. Avere bisogno degli altri non significa essere patologicamente dipendenti, così come essere precisi o avere bisogno di controllo non significa avere un disturbo ossessivo.

Tutti abbiamo modi relativamente stabili di cercare sicurezza, mantenere l’autostima e proteggerci.

La domanda clinicamente interessante riguarda soprattutto la loro flessibilità.

Una caratteristica può essere una grande risorsa finché possiamo usarla quando serve e lasciarla quando non serve più. Diventa più problematica quando si trasforma nell’unico modo possibile di stare al mondo.

Una diagnosi di personalità, quando è utile, dovrebbe quindi aprire la comprensione.

Non chiuderla.

Non siamo completamente trasparenti a noi stessi

Il nostro modo di lavorare si colloca in una prospettiva psicodinamica e psicoanalitica.

Alla base c’è una constatazione tanto semplice quanto difficile da esaurire: non conosciamo interamente le ragioni di ciò che sentiamo e facciamo.

Possiamo desiderare una relazione e cominciare a prendere le distanze proprio quando quella relazione diventa importante.

Possiamo pensare di non interessarci particolarmente al giudizio degli altri e restare feriti per giorni da una frase.

Possiamo sapere che controllare tutto è impossibile e continuare a sentirci molto inquieti quando qualcosa sfugge alle nostre previsioni.

Possiamo prometterci che questa volta diremo di no e sentirci, poco dopo, mentre diciamo ancora una volta di sì.

È in questo spazio tra ciò che sappiamo di noi e ciò che continuiamo a sentire, temere o ripetere che incontriamo ciò che la psicoanalisi chiama inconscio.

Non pensiamo all’inconscio come a un luogo oscuro nel quale il terapeuta dovrebbe scoprire una verità segreta.

Lo incontriamo continuamente nella vita ordinaria: nelle reazioni che ci sorprendono, negli affetti che precedono le nostre spiegazioni, nei comportamenti che continuiamo a ripetere pur sapendo che ci fanno soffrire.

La psicoterapia nasce anche dalla possibilità di diventare curiosi verso tutto questo.

La storia e il presente

In una psicoterapia psicodinamica si parla anche della storia personale.

Non perché ogni difficoltà dell’adulto debba essere ricondotta all’infanzia e nemmeno perché il compito della terapia sia trovare qualcuno a cui attribuirne la responsabilità.

Il passato diventa interessante quando ci aiuta a comprendere il presente.

È nelle relazioni che impariamo progressivamente che cosa possiamo aspettarci dagli altri e da noi stessi.

Se possiamo fidarci.

Se chiedere aiuto porta sollievo o delusione.

Se possiamo esprimere rabbia senza perdere una relazione.

Se avere bisogno di qualcuno significa essere deboli.

Se possiamo essere diversi dalle persone che amiamo e continuare a sentirci amati.

Queste esperienze non determinano in modo meccanico ciò che diventeremo. La vita continua a offrirci incontri capaci di confermare, correggere o trasformare ciò che abbiamo imparato.

La storia non è un destino.

Ma può lasciare aspettative così familiari da sembrare caratteristiche naturali del mondo.

Una persona che ha imparato molto presto a non fare affidamento sugli altri può diventare straordinariamente autonoma. È una risorsa.

Può però scoprire, molti anni dopo, che chiedere aiuto le è quasi impossibile anche quando ne avrebbe realmente bisogno.

La psicoterapia non dovrebbe togliere quell’autonomia.

Può aiutarci a renderla una possibilità anziché un obbligo.

I modi in cui impariamo a proteggerci

Quelli che in psicologia chiamiamo meccanismi di difesa appartengono alla vita mentale di tutti.

Il termine può sembrare patologico. In realtà descrive qualcosa di profondamente umano.

Quando un’esperienza diventa dolorosa o minacciosa, cerchiamo spontaneamente un modo per renderla più tollerabile.

Possiamo minimizzare ciò che ci ferisce.

Possiamo trasformare un sentimento in una spiegazione molto razionale.

Controllare tutto quando siamo spaventati.

Scherzare su ciò che ci imbarazza.

Prenderci incessantemente cura degli altri.

Allontanarci proprio quando sentiamo che qualcuno sta diventando importante.

Una difesa non è necessariamente un errore.

Molto spesso è stata una soluzione intelligente.

Il problema emerge quando una soluzione utile in alcune circostanze diventa così automatica da essere utilizzata anche quando non serve più.

Per questo non pensiamo alla terapia come a un modo per “abbattere le difese”.

Prima di rinunciare a una protezione è importante capire da che cosa ci protegge.

È più rispettoso.

Ed è anche clinicamente più utile.

Dare un significato alle emozioni

Non sempre sappiamo esattamente che cosa proviamo.

A volte diciamo semplicemente di essere “nervosi”, una parola sufficientemente ampia da poter contenere rabbia, paura, vergogna, tristezza e forse anche qualcosa che desideriamo ma che facciamo fatica a riconoscere.

Possiamo sentire improvvisamente un vuoto senza sapere ancora che qualcosa ci ha fatto sentire esclusi.

Possiamo essere estremamente capaci di comprendere le aspettative degli altri e sorprendentemente incerti quando ci viene chiesto che cosa desideriamo noi.

Una parte del lavoro psicoterapeutico consiste nel rendere progressivamente pensabile ciò che inizialmente viene soprattutto vissuto.

Non significa spiegare via le emozioni.

Conoscere intellettualmente la ragione di una paura non impedisce necessariamente di provarla.

Si tratta piuttosto di poter riconoscere un’esperienza, darle un nome, tollerarla e collegarla a ciò che sta accadendo senza esserne immediatamente governati.

Anche nelle relazioni questa capacità può diventare fragile.

Una persona importante non risponde a un messaggio. Le ragioni potrebbero essere molte, ma in alcuni momenti una sola possibilità diventa immediatamente certa: «Non gli importa di me».

La capacità di restare curiosi verso ciò che accade nella nostra mente e in quella degli altri viene descritta, tra le prospettive contemporanee, attraverso il concetto di mentalizzazione.

Non significa analizzare continuamente le persone.

Significa poter pensare: ciò che sto provando è reale, ma la mia interpretazione potrebbe non essere l’intera realtà.

Una distinzione apparentemente piccola che, nelle relazioni, può fare una grande differenza.

La relazione con il terapeuta

Anche la relazione terapeutica entra inevitabilmente nel lavoro.

Non lasciamo fuori dallo studio il nostro modo abituale di stare con gli altri.

Possiamo preoccuparci di essere giudicati, desiderare l’approvazione del terapeuta, temere di dipendere troppo dagli incontri, evitare di mostrare rabbia oppure preoccuparci perfino di annoiarlo.

Chi è abituato a occuparsi degli altri può cominciare, con notevole coerenza, a occuparsi anche del proprio terapeuta.

La psicoanalisi utilizza il termine transfert per indicare il modo in cui aspettative, paure e configurazioni relazionali costruite nel corso della vita possono prendere forma anche all’interno della relazione terapeutica.

Ma questo non significa considerare automaticamente ogni sentimento del paziente come una ripetizione del passato.

Il terapeuta è una persona reale.

Può non capire.

Può formulare male qualcosa.

Può trascurare un elemento importante.

E il paziente può avere ottime ragioni per essere infastidito.

Una buona relazione terapeutica non è quindi una relazione senza incomprensioni.

È una relazione nella quale anche un’incomprensione può diventare dicibile e pensabile.

Per qualcuno poter dire «quello che ha detto mi ha fatto sentire giudicato» e scoprire che il rapporto sopravvive a quella frase può rappresentare un’esperienza tutt’altro che piccola.

La seduta

Una seduta psicoterapeutica è una conversazione, ma una conversazione particolare.

Non è necessario prepararla.

Si può cominciare da qualcosa accaduto durante la settimana, da un sogno, da una relazione, da un ricordo o dal fatto di non sapere proprio di che cosa parlare.

Anche da lì si può partire.

Ascoltiamo ciò che viene raccontato e il modo in cui quell’esperienza viene vissuta. Possiamo fare domande, collegare elementi che sembrano separati, soffermarci su un sentimento o osservare che qualcosa sembra ripresentarsi in situazioni differenti.

Talvolta proponiamo un’interpretazione.

Non intendiamo l’interpretazione come una verità che il terapeuta conosce e comunica al paziente, ma come un’ipotesi che può essere esplorata insieme.

Può risultare utile, può essere modificata oppure può non convincere affatto.

Anche questo fa parte del lavoro.

Nemmeno il silenzio è una tecnica che debba essere imposta.

A volte permette a un pensiero di prendere forma. Altre volte contiene imbarazzo, tristezza o rabbia. E altre volte significa semplicemente che, in quel momento, non c’è nulla da dire.

Non ogni silenzio nasconde necessariamente qualcosa di profondo.

Ma può essere prezioso avere un luogo nel quale non sia obbligatorio riempire immediatamente ogni vuoto.

Come può avvenire il cambiamento

Capire qualcosa di noi stessi è importante.

Ma non sempre è sufficiente.

Possiamo sapere da molto tempo di essere eccessivamente severi con noi stessi e continuare a vivere un piccolo errore come una catastrofe.

Possiamo sapere che una persona ci vuole bene e provare ugualmente una forte angoscia quando la sentiamo distante.

Possiamo aver compreso perfettamente perché diciamo sempre di sì e continuare, con una certa esasperante puntualità, a farlo.

Questo accade perché molti modi di sentire e reagire non sono semplicemente idee che possiamo correggere.

Sono esperienze organizzate nel tempo.

Nel lavoro terapeutico possiamo progressivamente riconoscerle mentre stanno accadendo, collegarle alle situazioni che le attivano e comprenderne il significato.

Ciò che prima sembrava istantaneo comincia a diventare osservabile.

Succede qualcosa.

Sentiamo qualcosa.

E, forse un poco prima di quanto accadeva in passato, riusciamo ad accorgercene.

Tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo può allora aprirsi uno spazio.

È spesso lì che compare la possibilità di scegliere.

Il cambiamento può certamente significare una diminuzione dei sintomi e della sofferenza.

Ma può assumere anche forme più discrete.

Riconoscere prima quando qualcosa ci ferisce.

Chiedere aiuto senza sentirci necessariamente deboli.

Dire di no senza essere travolti dal senso di colpa.

Accettare una critica senza trasformarla in un giudizio complessivo sul nostro valore.

Riuscire a stare soli senza sentirsi abbandonati e vicini a qualcuno senza sentirsi invasi.

La psicoterapia non dovrebbe trasformarci in persone differenti.

Può aiutarci a essere meno obbligati a vivere sempre nello stesso modo.

Una cornice stabile

Un lavoro che permette di incontrare esperienze anche molto confuse ha bisogno di una cornice sufficientemente chiara.

Luogo, frequenza e durata delle sedute, appuntamenti, compenso e modalità di contatto vengono concordati all’inizio del percorso.

In psicoterapia chiamiamo questa cornice setting.

Non è soltanto un insieme di regole.

Sapere quando ci incontriamo, quale sia il ruolo del terapeuta e quali siano i confini della relazione crea uno spazio affidabile nel quale possono essere portate esperienze molto meno prevedibili.

La durata complessiva di una psicoterapia, invece, non può essere stabilita attraverso una formula. Alcuni percorsi sono relativamente circoscritti; altri richiedono un tempo maggiore.

Dipende dalla domanda, dalla complessità della situazione, dal funzionamento della persona e dagli obiettivi del lavoro.

Il tempo può essere necessario.

Ma una psicoterapia non dovrebbe continuare semplicemente perché è iniziata.

Anche il suo andamento, ciò che sta cambiando e il significato della prosecuzione devono poter essere pensati insieme.

Psicodiagnosi e valutazione

In alcune situazioni può essere utile integrare i colloqui con una valutazione psicodiagnostica.

Non utilizziamo automaticamente una batteria di test.

Ogni valutazione dovrebbe nascere da una domanda precisa: comprendere meglio una sintomatologia, approfondire alcuni aspetti della personalità e del funzionamento psicologico, esplorare dimensioni cognitive ed emotive o raccogliere elementi utili alla costruzione di un progetto terapeutico.

Gli strumenti acquistano significato quando i loro risultati vengono integrati con i colloqui, la storia e l’osservazione clinica.

Nessun punteggio può spiegare una persona.

Un test può aiutarci a vedere qualcosa.

Non può conoscere qualcuno al nostro posto.

Per questo consideriamo la restituzione una parte importante della valutazione. Ciò che emerge dovrebbe poter essere compreso e discusso con la persona, non semplicemente diventare un’etichetta o una categoria diagnostica.

Psicoterapeuta, psicologo e psichiatra

Nel nostro studio il lavoro clinico è svolto da psicologi psicoterapeuti regolarmente iscritti all’Albo.

Per chi cerca aiuto le diverse qualifiche possono non essere immediatamente chiare.

Lo psicologo è un professionista abilitato e iscritto all’Albo e può svolgere attività psicologica, tra cui consultazione, valutazione e sostegno.

Lo psicoterapeuta è uno psicologo — oppure un medico — che ha completato una successiva formazione specialistica riconosciuta ed è abilitato all’esercizio della psicoterapia.

Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria e può prescrivere farmaci.

Nella pratica queste competenze non appartengono necessariamente a mondi separati.

Ci sono situazioni nelle quali una psicoterapia costituisce da sola un intervento adeguato e altre nelle quali è utile integrarla con una valutazione psichiatrica, un trattamento farmacologico o il lavoro di altri professionisti sanitari.

Quando è necessario, lavoriamo in relazione con gli altri professionisti coinvolti, con il consenso della persona e nel rispetto della riservatezza e delle rispettive competenze.

Una buona psicoterapia non dovrebbe diventare un sistema chiuso.

Quando la difficoltà riguarda la coppia

A volte non è una singola persona a essere al centro della domanda, ma ciò che sta accadendo tra due persone.

Una coppia può attraversare conflitti ripetuti, una crescente distanza affettiva, difficoltà nella sessualità, un tradimento, un cambiamento importante oppure interrogarsi sulla possibilità di continuare a stare insieme.

Nella consultazione di coppia non cerchiamo di stabilire chi abbia ragione.

Ci interessa comprendere la relazione che si è costruita.

Può capitare, per esempio, che più uno dei due cerchi rassicurazione, più l’altro si senta controllato e prenda distanza. Quella distanza aumenta l’insicurezza del primo, che cerca ancora più rassicurazioni.

A un certo punto entrambi contribuiscono, senza volerlo, precisamente alla situazione che ciascuno teme.

Cominciare a vedere questa dinamica può permettere di lasciare almeno per un momento la domanda «di chi è la colpa?» e sostituirla con una domanda spesso più utile: «che cosa sta accadendo tra noi?».

Il nostro orientamento clinico

Il lavoro dello studio si colloca nella tradizione psicodinamica e psicoanalitica e dialoga con i suoi sviluppi contemporanei.

Ci interessa una comprensione della persona che tenga insieme sintomi, personalità, storia, relazioni, esperienza soggettiva e risorse.

Il Psychodynamic Diagnostic Manual rappresenta un riferimento coerente con questa prospettiva: la diagnosi può essere importante, ma acquista maggiore significato quando viene inserita nella comprensione del funzionamento complessivo della persona.

Il nostro pensiero clinico si nutre della tradizione psicoanalitica e dei contributi che nel tempo l’hanno sviluppata: dalla comprensione dell’inconscio, del conflitto e del transfert allo studio delle difese e della personalità; dall’attaccamento alla comprensione dello sviluppo del Sé e delle relazioni; fino alle prospettive contemporanee sulla mentalizzazione.

Tra i riferimenti vi sono Freud e Anna Freud, Winnicott, Bion, Bowlby, Kernberg, McWilliams, Gabbard e Fonagy.

Sono riferimenti importanti.

Ma la teoria rimane uno strumento.

È utile quando ci permette di comprendere meglio la persona che abbiamo davanti.

Quando ci convince di averla già compresa, probabilmente ha smesso di esserlo.

Riservatezza e responsabilità

La psicoterapia ha bisogno di uno spazio protetto.

Il contenuto dei colloqui è coperto dal segreto professionale nei limiti previsti dalla legge e dalla deontologia. All’inizio del rapporto vengono condivise le caratteristiche dell’intervento, le condizioni del setting e le informazioni necessarie affinché il consenso sia realmente informato.

Quando è utile collaborare con altri professionisti, ogni condivisione delle informazioni avviene nel rispetto della riservatezza, delle necessità cliniche e dei rispettivi ruoli.

Lo studio e il primo contatto

L’attività clinica si svolge esclusivamente in presenza a Bardolino, in provincia di Verona.

Il primo contatto può essere semplice.

Non è necessario raccontare in una mail tutta la propria storia, entrare in dettagli particolarmente intimi o inviare documentazione sanitaria.

È sufficiente chiedere un appuntamento e, se lo si desidera, indicare brevemente la ragione generale della richiesta.

Il resto può trovare il proprio tempo nel colloquio.

Chiedere un primo incontro non significa avere già deciso di iniziare una psicoterapia.

Significa concedersi la possibilità di comprendere meglio.

A volte arriviamo perché qualcosa fa male.

A volte perché qualcosa continua a ripetersi.

A volte perché il modo nel quale abbiamo imparato a proteggerci, che per molto tempo ci ha aiutato, comincia a costarci troppo.

E qualche volta perché desideriamo semplicemente conoscere più profondamente la vita che stiamo vivendo.

Non pensiamo alla psicoterapia come alla costruzione di una versione migliore o ideale di noi stessi.

Non elimina la vulnerabilità, la dipendenza dagli altri, la tristezza, i conflitti o le contraddizioni che appartengono alla vita.

Può però aiutarci a conoscere meglio ciò che sentiamo, a comprendere perché alcune esperienze abbiano su di noi un particolare potere e a riconoscere i modi attraverso i quali abbiamo imparato a proteggerci, ad amare e a stare con gli altri.

Alcune parti di noi continueranno probabilmente ad accompagnarci.

Altre potranno diventare meno rigide, meno necessarie o semplicemente più comprensibili.

E ciò che per molto tempo ci è sembrato l’unico modo possibile di sentire, reagire o stare in una relazione può diventare, lentamente, uno dei modi possibili.

Forse una parte importante del lavoro terapeutico sta proprio qui: non diventare qualcun altro, ma poter essere se stessi con una conoscenza un po’ più profonda e una libertà un po’ maggiore.